Pantalica

Alveare rupestre, come quello del miele di Hybla decantato da Virgilio, le cui 5000 tombe a grotticella artificiale, a mo’ di favi, sforacchiano lo sperone roccioso compreso tra i fiumi Anapo e Calcinara, su cui si stagliano i ruderi dell’antico villaggio siculo. Il suo Anaktor, il palazzo del principe, quasi archetipo dei castra medievali, si erge imponente e maestoso su possenti mura di ascendenza micenea e custodisce, nelle sue preistoriche segrete, un ripostiglio in bronzo testimonianza viva del suo antico ruolo di reggia. Pantalica, forse l’antica Hybla Maior, ma certamente villaggio dei siculi, genti italiche il cui re Italo diede il nome alla nostra penisola; quei siculi che “vinsero in battaglia i Sicani e fecero sì che la terra si chiamasse Sikelìa invece di Sicanìa” (Tucidide). Il loro Re Hyblon concesse ai greci di Lamys il permesso di fondare la colonia greca a lui intitolata di Megara Hyblea nel 728 a.C; il loro re Ducezio ne fondò l’ultimo baluardo siculo approfittando della caduta della dinastia siracusana dei Dinomenidi nel 466 per poi soccombere egli stesso all’assedio ad opera della Pentapoli un decennio dopo. E le catacombe di Pantalica o le sue chiese bizantine rupestri di San Nicolicchio, San Micidiario, Santissimo Crocifisso che evocano preghiere e stenti negli affreschi appena visibili in quell’oscuro labirinto naturale di lussureggiante vegetazione spontanea. Pantalica è l’Eden, è l’inferno di pietra, è l’origine dell’isola, è la nostra storia.

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